Terapie ormonali

Dott.ssa Chiara Dissegna – chiara.dissegna@gmail.com

In medicina umana vengono utilizzate differenti terapie ormonali. Alcune di queste, come l’agonista dell’ormone rilasciante l’ormone luteinizzante e  gli antiestrogeni devono ancora essere studiate nel cane. Altre, come l’antagonista del progesterone sono stati studiati nella donna e possono essere utilizzati nel cane.

Il goserelin, agonista del LHRH, è un farmaco  utilizzato nel cancro del seno ormone-dipendente. Riduce i livelli ormonali quasi a zero nella donna. In uno studio su 18 cagne con tumore ormonodipendenti vengono riportati risultati simili (Lombardi et al. 1999). La metà dei cani sono stati trattati con 60 microgrammi/kg di Goserelin di deposito ogni 21 giorni per 12 mesi, mentre l’altra metà , di controllo, non ha ricevuto alcun trattamento. Nei cani trattati con goserelin, i livelli di estradiolo e progesterone sono diminuiti a livello di anestro e si è ridotta la dimensione del tumore. La sopravvivenza senza recidive dopo 2 anni è stata dell’88%. Per ulteriori informazioni su questo farmaco cliccare qui

Antagonisti del progesterone (antiprogestinici) e modulatori dei recettori del progesterone (PRMs) sono stati studiati per il trattamento del cancro alla mammella della donna. Studi sperimentali su topi e ratti hanno mostrato una maggiore attività antitumorale rispetto al tamoxifene o ad alte dosi di progestinici. In più, la combinazione tra antagonisti del progesterone o PRMs con antiestrogeni hanno mostrato una maggior efficacia rispetto al trattamento con una sola sostanza. Studi clinici hanno mostrato una risposta nel 10-12% e una stabilità della patologia nel 42-46% dei casi. L’onapristone, un antagonista del progesterone, ha presentato una tossicità epatica e gli ulteriori studi sono stati bloccati. In oncologia veterinaria questo gruppo di farmaci possono avere effetti benefici: aglepristone, un bloccante dei recettori del progesterone, è utilizzato nei cani per indurre l’aborto o il parto e nel trattamento della piometra. Un recente studio (Guil-Luna et al. 2011) ha mostrato che può diminuire la proliferazione nei carcinomi mammari canini progesterone positivi. Ovviamente c’è la necessità di ricerche ulteriori su un largo numero di pazienti e la correlazione con variabili cliniche è necessaria prima dell’utilizzo dell’aglepristone come adjuvante del trattamento dei tumori.

http://www.paginesanitarie.com/skveterinari/monografia%20di%20ALIZIN%20SC%20FL%2010ML.htm

Una delle più vecchie e più utilizzate terapie ormonali nella donna è la terapia anti-estrogenica, per evitare una stimolazione ulteriore delle cellule tumorali. Il tamoxifene è il più utilizzato. Teoricamente anche i cani potrebbero avere giovamento da questo trattamento. Il tamoxifene è stato usato i trial clinici veterinari sull’effetto dell’ovariectomia al tempo della mastectomia. Gli effetti collaterali simil estrogenici (gonfiore della vulva, scoli, cambi di comportamento,  piometra (moncone) sono stati riportati, ma non è stata dimostrata un’attività antitumorale. Per questo motivo, il trattamento con tamoxifene nei tumori mammari del cane non è supportato da riscontri scientifici.

Il tamoxifene merita una piccolo trafiletto. Dopo l’abbandono negli anni 70 del dietilstibesterolo (detto DES), il primo estogeno di sintesi, impiegato per anni da milioni di donne per prevenire problemi di aborto e complicazioni durante il parto, oltre che per il trattamento di acne, pillola del giorno dopo, in certi cancri al seno, che si scoprì essere cancerogeno e distruttivo per il sistema endocrino, alla fine degli anni 60 fece il suo debutto sul mercato il tamoxifen (che il DES fosse pericoloso e nocivo lo si sapeva fin dai primi test del 1938..). Il tamoxifen ha una struttura simile al DES, infatti provoca gli stessi anormali cambiamenti osservati nelle cellule delle donne che assumevano estradiolo e DES. Venne dapprima approvato dalla FDA per essere usato come pillola per il controllo delle nascite. Si dimostrò capace di indurre l’ovulazione più che di inibirla. Nonostante non funzionasse come contraccettivo, si scoprì che diminuiva il tasso di canceo alle ammelle negli animali. Impediva infatti agli estrogeni di saldarsi ai siti recettori sulle cellule dei tessuti mamamri. Si pensava così che farmaci come il tamoxifen, bloccando gli effetti degli estrogeni sul seno potessero ridurre il rischio della recidiva del cancro al seno. Questo farmaco agisce come un debole estrogeno mettendosi in competizione con i recettori per gli estrogeni più come fanno i fitoestrogeni. E’ un bloccante degli estrogeni: si aggancia ad i recettori impedendo all’estrogeno di legarsi: in questo modo viene ridotto lo sviluppo delle cellule tumorali.

Questo farmaco mostrava però due caratteristiche contraddittorie: agiva sia come estrogeno che come antiestrogeno. Mentre era un antiestrogeno per il seno, agiva come estrogeno nell’utero e in misura minore sul cuore, vasi sanguigni e ossa. Ben presto ci si rese conto della sua capacità di promuovere tumori particolarmente aggressivi all’utero e fegato.

Come per il DES in passato, l’uso del tamoxifen venne esteso come preventivo contro l’osteoporosi e i problemi cardiaci.  In America viene raccomandato a tutte le donne in pre-menopausa con ormoni tumorali positivi, così come a molte donne in pre-menopausa con cancro al seno e/o un numero sempre maggiore di donne con ormoni tumorali negativi. Il Tamoxifen (nome commerciale Nolvadex) è attualmente il più prescritto farmaco per il cancro al mondo. Venne sviluppato dall’azienda britannica Imperial Chemical Industries (ICI), una delle maggiori aziende chimiche multinazionali al mondo. La Zeneca, una sussidiaria della ICI, è responsabile della produzione e commercializzazione dell’ormone ed è attualmente la maggior azienda al mondo di farmaci per il cancro. La divisione agrochimica dell’ICI, che include la Zeneca, produce clorurati e altri componenti chimici industriali compresi erbicidi. Sono tutti velenosi, e molti sono conosciuti come distruttori endocrini che sono stati accusati di provocare il cancro al seno.

Bibliografia

Ahbeddou et al. “Tamoxifen-iunduced hepatotoxicity” Indian J Cancer, 2011 48 (3): 385

Sleeckx et al. “Canine mammary tumoir, an overview” Reprod Dom Anim 46 , 1112-1131