Dal greco “Dinamis”= forza, energia, potenza per cui il termine significa “conferimento di energia” ad una determinata sostanza, soluzione o diluizione di una certa sostanza.

Ciò che caratterizza le soluzioni omeopatiche, è il fatto di essere molto diluite, cosa che però da sola non sarebbe sufficiente. È necessario infatti che le famose boccettine, con una determinata diluizione, subiscano anche un numero variabile di “succussioni” o scosse, che vengano cioè agitate, o con le mani (come faceva Hahnemann), o con macchinari di tipo industriale che comunque portano allo stesso risultato: trasferimento di energia a quella soluzione che così diventa “dinamizzata”.

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Come si può spiegare tutto ciò? Ha fondamento scientifico?

Le esperienze che confrontano l’efficacia del placebo (cioè di sostanze che non hanno nessun principio attivo) con le soluzioni omeopatiche a pazienti che non sanno qual è l’uno e qual è l’altro, evidenziano una maggiore risposta nel gruppo che utilizza la diluizione omeopatica.

E una volta riconosciuto il soddisfacimento del principio “primum non nocere”, dobbiamo dire che anche la medicina tradizionale per molti anni ha utilizzato farmaci come la digitale e l’aspirina senza conoscerne il meccanismo d’azione.

Nel caso dei rimedi omeopatici, non può essere un limite alla comprensione di questo meccanismo d’azione, né la diluizione (molti ormoni che regolano importanti funzioni dell’organismo, hanno concentrazioni bassissime come le diluizioni omeopatiche) né la dinamizzazione. L’agitazione infatti trasmette energia cinetica, cioè legata al movimento, alla molecola della soluzione rendendola più uniformemente distribuita, più disponibile ad entrare in contatto con determinati recettori dell’organismo, e di conseguenza più facilmente assimilabile.

 

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Secondo Benveniste, che alcuni anni fa pubblicò su Nature i risultati di un esperimento che fece molto scalpore, è possibile che le molecole dell’acqua in cui è disciolta la sostanza, acquistino una determinata configurazione spaziale, o orientamento specifico della stessa, per così dire una “memoria”.

Secondo invece le moderne vedute della fisica quantistica, per cui la stessa materia non è altro che una particolare concentrazione di campi energetici, non è così irrazionale pensare che anche deboli frequenze elettromagnetiche, come quelle emesse da poche molecole, possano interagire con campi energetici di maggiore entità, innescando fenomeni sia pure non facilmente comprensibili.

Naturalmente il dibattito è aperto.