Sulla rivista PlosOne è stato pubblicato a novembre arnica-montanauno studio coordinato dal professor Paolo Bellavite dell’Università di Verona dal titolo Arnica montana Stimulates Extracellular Matrix Gene Expression in a Macrophage Cell Line Differentiated to Wound-Healing Phenotype.

Si è voluto dimostrare il meccanismo che spinge le ferite a guarire più facilmente con la somministrazione di Arnica Montana in dosi omeopatiche. Infatti, questa pianta viene da sempre tradizionalmente utilizzata nella cura dei traumi, fa fino ad ora poco si sapeva della sua azione a livello cellulare.

I ricercatori hanno utilizzato come modello una linea di cellule macrofagiche umane in coltura, differenziate con interleuchina-4 in modo da farle assomigliare a quelle che si trovano nelle ferite e nei traumi in via di guarigione. In un primo lavoro i ricercatori avevano dimostrato che in presenza di Arnica i macrofagi aumentavano l’espressione di geni coinvolti nella sintesi delle chemochine, sostanze importanti per richiamare le cellule nel luogo della lesione e promuovere la ricrescita dei vasi. Visti i risultati promettenti, lo studio ha proseguito nell’analisi della totalità dei geni espressi dai macrofagi (migliaia) con una tecnica chiamata “Next-generation sequencing”. Si è evidenziato l’aumento statisticamente significativo di 7 geni di cui 3 collegati alla matrice extracellulare del tessuto connettivo, come la fibronectina.

L’importanza funzionale dell’effetto di Arnica è sottolineata anche dalla scoperta che se si opera artificialmente un graffio del monostrato cellulare, i macrofagi lo riparano più velocemente. Un altro punto importante è che gli stessi geni la cui espressione è influenzata da dosi alte (2c, vale a dire la seconda diluizione centesimale) risentono anche delle diluizioni omeopatiche più alte (3c, 5c, 9c, 15c), con intensità minore ma sempre statisticamente significativa.

Qui potete trovare lo studio in versione integrale