La folle corsa agli screening inutili

Dott.ssa Renata Calieri – www.omeo-pathos.com

 

“Ben sarebbe folle chi quel che non vorria trovar cercasse” s’intitola così un editoriale di Gianfranco Domenighetti[1], riportando le parole dell’astuto Rinaldo nell’Orlando furioso. [1]

Se da una parte il Servizio Sanitario Nazionale si fa promotore della prevenzione e invita la popolazione alla diagnosi precoce delle principali malattie degenerative, anche allo scopo di ridurre la spesa sanitaria della medicalizzazione di massa, dall’altra promuove un’accesso massiccio a questo tipo di consumo (lo screening a scopo preventivo appunto) incidendo notevolmente sui costi sanitari stessi.

Ma c’è anche un altro risvolto: alla formula “diagnosi precoce = possibilità d’intervenire in tempo = più facile guarigione” degli ambigui messaggi promozionali sanitari, corrisponde, nella percezione della gente, il binomio assoluto “diagnosi precoce = guarigione”, denuncia Domenighetti: «farsi trovare in anticipo una malattia, mette se non altro al riparo dall’accusa ex-post di aver peccato di omissione». In pratica, solo uno scrupolo di coscienza, per non vivere il senso di colpa del “se lo sapevo prima…”. Infatti, sebbene ciò contraddica il binomio popolare, si nota una corsa agli screening anche di forme tumorali per le quali notoriamente non esiste alcuna cura.

Dunque a cosa serve?

Qualche periodico femminile che si fa esperto e benevolente consigliere delle donne, suggerisce persino di pretendere 18 tipi di indagine diagnostica per la salvaguardia della propria salute, mentre l’81 per cento delle donne italiane (il 57 per cento negli Stati Uniti e il 69 per cento nel Regno Unito) ritiene che il sottoporsi regolarmente allo screening mammografico riduca o annulli il rischio di ammalarsi in futuro di tumore al seno. [1] Vi sono invece evidenze scientifiche che il trauma da schiacciamento provocato dalla pratica mammografica, sia promotore di ulteriori neoplasie. [2]

Anche il dott. D. Spinedi[2] è dell’idea che nell’intera popolazione siano presenti molti più tumori di quanti non si manifestino clinicamente nel corso della vita: molti di essi rimangono per sempre silenti, latenti, e completamente asintomatici, lasciando vivere il paziente in totale serenità. Mentre sappiamo quanto profondamente condizioni l’esistenza, il sapere di avere una malattia cosiddetta “incurabile”. Gli fa coro Domenighetti: «Vi è dunque una buona fetta di cancri in situ che rimane silente e non avrà nessuna rilevanza clinica: non è difficile immaginare cosa comporterebbe inutili ansia e angoscia, la disponibilità di una tecnica in grado di identificare ciascuna cellula cancerosa». [1]

C’è quindi una nuova forma di medicalizzazione di massa, dice Domenighetti in un altro articolo [3], che parte dalla corsa alla diagnosi precoce, con la collaborazione/spinta delle aziende farmaceutiche: dove c’è una domanda, si prospetta subito una risposta, e così, all’avvenuta diagnosi di malattia, si deve necessariamente contrapporre una terapia. Nel suo scritto egli ci ricorda un famoso incipit sul British Medical Journal del 2002, in cui si segnalava che “si possono fare molti soldi, se si arriva a convincere i sani, che in realtà sono degli ammalati”[3]. Questa infatti è la tendenza degli screening sconsiderati, a tenere sotto controllo i cosiddetti “fattori di rischio”. Se questi vengono continuamente e arbitrariamente abbassati (come mostra l’interesse dell’industria farmaceutica che finanzia con azioni di marketing i gruppi di studiosi che ne dettano i parametri), ne risulta che la popolazione a rischio, quella che di conseguenza dovrà fare uso di medicinali per il resto della vita, sarà notevolmente moltiplicata, portando indiscutibile e inesauribile profitto. In Norvegia, ad esempio, risultava che, volendo seguire le nuove linee guida per la prevenzione delle malattie cardio-vascolari, non rimaneva nessun uomo sopra i 40 anni che potesse essere considerato a basso rischio [3] (e sì che là, il buon pesce fa parte dell’alimentazione quotidiana…). S’intuisce un gran bell’affare.

Infatti, tra i 9 membri della Conferenza di consenso che ha voluto abbassare le nuove soglie di rischio per le ipercolesterolemie (portando così da 13 a 36 milioni il numero di americani che necessitavano di trattamento farmacologico) solo 1 non aveva conflitti d’interesse con aziende del farmaco. Allo stesso tempo, nel maggio del 2006 il New York Times rivelava che il gruppo di esperti che ridefinivano i fattori di rischio dell’ipertensione, aveva ricevuto 700.000 dollari da 3 ditte farmaceutiche, casualmente produttrici di anti-ipertensivi. [3]

La stessa contaminazione da parte dell’industria farmaceutica si ha anche quando equipes di esperti si trovano a dover decidere quali condizioni di trasformazione biologica facenti parte della normalità (tipo menopausa, osteoporosi, disagi sociali, difficoltà di concentrazione nei bambini, ecc.), vadano riclassificate come “malattie” (e quindi trattate farmacologicamente). Sempre il British Medical Journal forniva un elenco di queste non-malattie, individuandone più di 200. [3]

Ecco perché tutte queste forme diagnostiche, tanto precoci e di massa, hanno volentieri la capacità di sovrastimare l’incidenza di patologie inconsistenti.

D’altra parte, anticipando una diagnosi infausta senza che poi vi sia un reale beneficio in termini di sopravvivenza, porta a conseguenze come nel caso della tac spirale nella prevenzione della mortalità per cancro al polmone: il fatto di aver portato alla luce il 90% delle diagnosi, non ha affatto modificato il tasso di mortalità rispetto a quelli che non si erano sottoposti al check up. [3]

A questo punto, il Dott. Domenighetti fa un’accurata analisi del meccanismo psicologico che spinge il “probabile” paziente alla diagnosi anticipatoria, peraltro avviato in modo astuto o maldestro dalla comunicazione sanitaria: “se faccio lo screening ed è positivo, posso intervenire subito e guarire; se lo faccio ed è negativo, sono rassicurato e tranquillo. Viceversa, se non lo faccio e poi mi ammalo, avrò di che rimproverarmi per il resto della vita.”. Da ciò non può che risultare una valutazione del tutto a favore dello screening.

Domenighetti anticipa infine anche l’eventualità, futura e tecnologica, di una diagnosi precoce non specifica per patologia, bensì a tutto campo e fin dalla nascita, in modo, dice, da dare a ognuno la possibilità di vedersi trasformato in malato fin dall’ingresso in questo mondo.

Tutti ci chiediamo, a questo punto, fino a quanto si spingeranno le manipolazioni di questi colossi che muovono capitali e vite umane, che influenzano decisioni e prescrizioni che invece dovrebbero tutelare la salute della gente; fino a che punto intere nazioni si sottoporranno a simili ricatti o condivideranno losche decisioni; e fino a quando gente sempre più consapevole subirà inerte l’etichetta di malato che gli è stata affibbiata senza ragione.

Si sa: farmaci e petrolio sono ancora in grado di muovere il mondo, le economie, e intere popolazioni, facendosi forti di un ricatto, di una forma di dipendenza coatta, a cui, sono certa, si porrà presto una fine. Dice J.T. Kent[4] «Verrà il tempo in cui l’Omeopatia più pura sarà popolare, ma si deve fare ancora tanta strada» e questo spiega perché la ricerca in Omeopatia o nelle diverse Medicine non Convenzionali non sarà mai sostenuta: sono loro che metteranno fine a questa era di corruzione.

BIBLIOGRAFIA

  1. Occhio clinico n. 1/Gennaio 2005 – Gianfranco Domenighetti – Editoriale.
  2. http://www.miraclemineral.it/morte_per_trattamento.php

Janus 26 – Estate 2007 – Il futuro del presente – “Un’epidemia di diagnosi sta medicalizzando il mondo” di


[1] Economista e Direttore della Sezione sanitaria del Dipartimento della Sanità e della Socialità del Cantone Ticino; Politica e comunicazione sanitaria, Università della Svizzera Italiana.

 

[2] Direttore Sanitario della Clinica Santa Croce a Orselina-Locarno, in Svizzera, da sempre in prima linea nella lotta ai tumori: www.clinicasantacroce.ch .

[3] Vedi altro articolo “Desease mongering: quando la malattia non c’è, bisogna inventarla”.

[4] James Tyler Kent, storico Omeopata americano e caposcuola 1849-1916.