Princìpi Fondamentali e breve storia dell’Omeopatia

La medicina omeopatica è un sistema clinico-farmaceutico che utilizza microdosi di sostanze derivate da vegetali, minerali o animali allo scopo di stimolare la risposta di guarigione naturale [Meuris, 1982; Granata, 1990; Ullman, 1991a; Gibson and Gibson, 1987; Vithoulkas, 1980; Reckeweg, 1981; Del Giudice e Del Giudice, 1984; Lodispoto, 1984; Dujany, 1978; Barros e Pasteur, 1984; Julian and Haffen, 1982; Bianchi, 1987; Bianchi, 1990; Brigo e Masciello, 1988; Charette, 1982; Tetau, 1989; Coulter, 1976; Mossinger, 1992]. Questo sistema afferma di curare le malattie utilizzando farmaci (chiamati solitamente “rimedi”) che vengono preparati secondo particolari metodiche di diluizione-dinamizzazione e scelti secondo una complessa metodologia che si basa essenzialmente sulla cosiddetta “legge dei simili”.

2.1. La legge dei simili


La “legge” o “principio” dei simili (o di similitudine) costituisce la principale acquisizione della omeopatia e la base per la sua comprensione, anche se, come vedremo, oggi da molti non è più considerata come una “legge” universale valida in tutti i casi. Secondo questo principio, già presente in alcuni sistemi medici e filosofici dell’antichità, (Ippocrate, S. Agostino, Paracelso) ma riscoperto soprattutto dal medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843), una malattia può essere curata somministrando al paziente una sostanza che nell’uomo sano provoca sintomi simili a quelli propri della malattia (da cui il detto “similia similibus curentur”) [Hahnemann, 1796]. In pratica, ciò significa che:

 

 

  • Ogni sostanza biologicamente attiva (farmaco o rimedio) produce caratteristici sintomi in organismi sani “suscettibili” di essere da tale sostanza in qualche modo perturbati;
  • Ogni organismo malato esprime una serie di caratteristici sintomi che sono tipici dell’alterazione patologica di quel “particolare” soggetto;
  • La guarigione di un organismo malato, caratterizzata dalla progressiva scomparsa di tutti i sintomi, può essere ottenuta mediante somministrazione mirata del farmaco che produce un quadro sintomatologico simile negli organismi sani.

  • Ad esempio, il medico omeopatico, partendo dall’osservazione che il veleno d’ape provoca un ponfo caratteristico con dolore ed eritema mitigati dalla applicazione di impacchi freddi, somministra estratto di ape in preparazione omeopatica (diluito e dinamizzato) per curare pazienti che presentano orticaria con ponfi e dolori simili a quelli della puntura d’ape, anche se con altra eziologia. Nelle sue prime formulazioni, tuttora presenti in alcune scuole, la prescrizione del rimedio è fatta non solo in base alla diagnosi, avendo essa importanza secondaria, ma cercando con estrema cura la corrispondenza del quadro sintomatologico della malattia con il quadro dei sintomi provocati da una determinata sostanza nei sani. Se la corrispondenza è elevata o perfetta (rimedio come “simillimum”), la somministrazione anche di una minima dose del rimedio innesca nel paziente una reazione che porta, spesso dopo un iniziale aggravamento, alla guarigione. La guarigione quindi non sarebbe effetto diretto soppressivo della sostanza somministrata (“legge dei contrari”), ma della reazione del soggetto, dovuta, secondo l’omeopatia classica, all’azione di una cosiddetta “forza vitale” [Hahnemann, 1985].

    Allo scopo di identificare i rimedi più adatti alle singole circostanze, la farmacopea omeopatica si è venuta quindi costituendo sin dall’inizio a seguito delle prove di tipo “tossicologico”, fatte somministrando a volontari sani piccole dosi delle più svariate sostanze e raccogliendo minuziosamente le risultanze sintomatologiche appena osservato qualche effetto. Questi esperimenti, detti “provings”, sono stati raccolti nella cosiddetta “Materia Medica”, che è stata ed è continuamente aggiornata e contiene i dati sulla sintomatologia provocata da centinaia di diverse sostanze minerali, vegetali ed animali.
    La Materia Medica è stata e continua ad essere sottoposta a verifica, modificata ed aggiornata anche dalle esperienze acquisite con i malati. Infatti, affinché un particolare rimedio venga introdotto e usato nella farmacopea omeopatica, non è sufficiente che sia in grado di provocare dei sintomi in un soggetto sano, ma è necessario che dimostri di poter curare i malati che presentano i sintomi evidenziati durante i provings. Un altro aspetto che va sottolineato, in quanto ricorrente nella letteratura, è il fatto che nella minuziosa e paziente analisi dei sintomi (detta “repertorizzazione”) viene data grande importanza a quelli più singolari, che possono evidenziare una particolare reattività individuale, nonché a quelli della sfera psicologica non meno che a quelli della sfera somatica. Una corretta repertorizzazione richiede infatti un approccio analitico ed allo stesso tempo globale alla persona del malato. Solo così, secondo la metodologia omeopatica, sarà possibile una scelta corretta del farmaco indicato per ciascun paziente. Un esempio può illustrare il concetto della scelta del farmaco in base alla legge di similitudine [Gibson and Gibson, 1987].
    Tre pazienti con influenza sono trattati con tre diversi rimedi: il primo presenta brividi, è ansioso, irrequieto, vuole essere coperto e desidera acqua fresca; occhi e naso scaricano liquido mucoso irritante che causa arrossamento del naso e del labbro superiore; presenta anche sintomi gastrointestinali (vomito e diarrea). Il rimedio indicato per questo paziente è Arsenicum album.
    Il secondo paziente con la stessa influenza epidemica si sente stanco e letargico, ha brividi e lamenta cefalea occipitale; egli desidera qualcosa che lo riscaldi sulla schiena, stare fermo in letto e non fare alcuno sforzo. In questo caso il rimedio indicato è Gelsemium.
    La terza persona ha febbre influenzale ed il sintomo più eclatante è una dolorabilità diffusa in tutto il corpo, come se tutte le sue ossa fossero state rotte. Egli riceverà come rimedio Eupatorium perfoliatum. E’ lo stesso virus influenzale che ha colpito tutti e tre i pazienti, ma le loro reazioni individuali all’infezione sono state diverse e di conseguenza anche il trattamento sarà differenziato. Per il medico omeopatico un sintomo come la febbre dice poco in quanto è una reazione molto aspecifica del processo infiammatorio, ma egli sarà molto attento ad analizzare i tipi di febbre ed i sintomi concomitanti, per indirizzarsi alla scelta del rimedio giusto: una febbre con senso di caldo, arrossamento cutaneo, sudorazione, polso molto forte, cefalea pulsante, midriasi e fotofobia indicherà che il paziente necessita di Belladonna. Una febbre insorta improvvisamente dopo un raffreddamento, con ansietà fino alla paura di morire, arrossamento cutaneo (ma non vi è sudorazione), polso pieno, duro, ma con miosi, con sete intensa ed insofferenza per le coperte indicherà Aconitum come rimedio di elezione. Sono quindi i dettagli particolari, le sottili differenze, che orientano nella scelta.

    2.2. Il farmaco (o “rimedio”) omeopatico


    Non solo la metodologia clinica, ma anche la preparazione delle sostanze utilizzate in omeopatia è del tutto peculiare. Come è noto, infatti, esse vengono prodotte con un processo di diluizione seriale e di succussione che dovrebbe conferire alle soluzioni un maggiore effetto terapeutico (dinamizzazione). L’uso di sostanze molto diluite ha precise ragioni storiche: molte sostanze che sin dall’inizio vennero provate ed introdotte nella farmacopea omeopatica erano di origine empirica, derivate anche da composti biologicamente molto potenti, tossici, come certi elementi minerali, veleni chimici organici e inorganici e veleni animali o vegetali. I sintomi da essi provocati vennero dedotti dalle intossicazioni accidentali, ma ovviamente non potevano essere usati per le sperimentazioni.
    Fu così che se ne provò l’effetto su sani (provings) e malati (omeopatia curativa) a dosi basse e molto basse, somministrate ripetutamente fino alla comparsa (o scomparsa rispettivamente) dei sintomi. Nel corso di queste iniziali esperienze lo stesso Hahnemann riferisce di aver fatto le seguenti osservazioni:

    1. Se un paziente necessitava di un rimedio, cioè se esisteva corrispondenza nel quadro della legge di similitudine, egli tendeva ad essere molto sensibile al rimedio stesso. Perciò i dosaggi necessari e sufficienti per ottenere una reazione positiva erano molto più bassi di quelli necessari a provocare sintomi in un sano o a guarire un malato che non avesse perfetta corrispondenza sintomatologica.
    2. Forte di questa osservazione, egli cominciò a diluire i rimedi, in modo da trovare le dosi curative che non producessero effetti collaterali indesiderati. L’esperienza lo condusse a notare un aumento del potere curativo al diminuire della dose, cioè all’aumentare delle diluizioni.
    3. I primi procedimenti di diluizione comprendevano anche il processo di scuotimento o triturazione delle materie prime (a seconda che fossero liquide o solide) per un motivo esclusivamente pratico, che era l’omogeneità del prodotto diluito; solo in seguito si osservò che questo procedimento era necessario per aumentare l’effetto delle diluizioni.

    Per questo le diluizioni progressivamente crescenti furono chiamate anche “potenze” ed il processo di diluizione e succussione “potentizzazione” o “dinamizzazione”. In pratica, i materiali grezzi sono estratti mediante solubilizzazione in alcool contenente varie percentuali di acqua, o, se insolubili, sono inizialmente polverizzati e triturati con lattosio, quindi portati in soluzione idroalcolica. Le soluzioni iniziali, contenenti la massima concentrazione dei principi attivi, sono dette “Tinture Madri” (TM).
    Da queste si procede a successive diluizioni, seguite da forte agitazione. Le tecniche di preparazione dei vari tipi di rimedi oggi sono dettagliatamente codificate nelle varie farmacopee, di cui le più importanti sono quella francese e quella tedesca, anche se c’è la tendenza a trovare un consenso almeno a livello di Comunità Europea. Le diluizioni più usate sono: quelle decimali (sigla “D”, “DH”, “X”, o “x”), quando 1 parte della soluzione più concentrata è diluita in 9 parti di solvente; oppure centesimali (sigla “C”, oppure “CH”, oppure “c”), quando 1 parte della soluzione più concentrata è diluita con 99 parti di solvente. Esistono anche diluizioni cinquantamillesimali (sigla “LM”), basate su diluizioni seriali 1/50000, e diluizioni “korsakoviane” (sigla “K”), basate su diluizioni fatte svuotando il recipiente con la soluzione più concentrata, lasciandovene qualche goccia e riempiendolo con il solvente (ovviamente quest’ultimo metodo è meno standardizzabile, pur essendo di più facile esecuzione). Infine, sono utilizzate oggi anche procedure meccanizzate in flusso continuo. E’ ben noto che spesso – ma non di regola – vengono utilizzate diluizioni estremamente alte, per cui teoricamente non vi è più presenza delle molecole della sostanza di partenza. Ciò costituisce uno dei capisaldi dell’omeopatia e nel contempo forse il principale problema che la ricerca dovrà confermare e possibilmente spiegare. Un altro punto molto importante riguarda la cosiddetta “dinamizzazione”.
    Nella procedura di preparazione del farmaco omeopatico la regola prevede che, dopo ogni diluizione, la soluzione risultante sia sottoposta a forte scuotimento. Le norme classiche indicano 100 colpi dall’alto in basso, ma sono state sviluppate altre procedure di succussione, anche automatizzate. Infine esistono le preparazioni in granuli, o in globuli, costituiti da sferette di saccarosio e lattosio, che vengono impregnate con la diluizione hahnemanniana, della quale assumono la denominazione. Ad esempio, granuli di Arnica montana 9 C sono granuli che sono stati impregnati con la diluizione 9 C di Arnica montana. Ulteriori dettagli sulle tecniche di preparazione del rimedio omeopatico si possono trovare in altre rassegne [Vithoulkas, 1980; Del Giudice e Del Giudice, 1984; Brigo e Masciello, 1988; Majerus, 1991; Winston, 1989].

    2.3. L’Organon di Hahnemann


    La storia dell’omeopatia [Gibson and Gibson, 1987; Ullman, 1991a; Ullman, 1991b; Majerus, 1991; Lodispoto, 1984; Haehl, 1989] inizia con le idee e le scoperte del suo fondatore Hahnemann. Egli coniò il termine omeopatia dal greco “homoios” (simile) e “pathos” (sofferenza), riferendosi alla legge dei simili, che ne è la base. La prima intuizione del principio di similitudine nacque in Hahnemann quando, nel 1789, stava traducendo un libro di W. Cullen, uno dei più eminenti medici di allora. Ad un certo punto, Cullen attribuiva l’efficacia della corteccia di china nel trattamento della malaria alle sue proprietà amare ed astringenti.
    Hahnemann, che era anche esperto chimico ed avido sperimentatore, non si accontentò della spiegazione, in quanto sapeva che esistevano molte altre sostanze più amare ed astringenti della china e che invece non erano efficaci nella malaria. Egli quindi iniziò a sperimentare su se stesso ripetute dosi di estratto di corteccia di china, finché ad un certo punto fu colpito da febbre, brividi ed altri sintomi simili alla malaria. Hahnemann pensò che la ragione dell’efficacia della corteccia di china nel malato affetto da malaria dovesse in qualche modo essere correlata al fatto che questa sostanza causava sintomi simili a quelli che trattava.
    Egli quindi provò su di sé, amici e familiari, altri farmaci in uso a quel tempo e, utilizzando le sue vaste conoscenze di botanica, chimica e tossicologia, studiò gli effetti di molte piante e sostanze medicinali. Nei successivi venti anni egli stabilì, mediante pazienti e meticolose prove, le basi della “Materia Medica”. Già nel 1796 pubblicò un articolo [Hahnemann, 1796] in cui indicava come esistessero tre tipi di approccio al trattamento delle malattie: il primo tipo (da lui definito il più “sublime”) era la rimozione della causa, se conosciuta; il secondo tipo era il trattamento mediante i contrari, in altre parole il trattamento da lui definito “palliativo”, come ad esempio i lassativi per la costipazione; il terzo tipo era il trattamento mediante i simili, che egli considerò l’unico valido, a parte la prevenzione.
    Egli anche suggerì l’importanza della dieta, dell’esercizio fisico e dell’igiene, fattori che a quel tempo erano praticamente ignorati dalla medicina. Oltre alla sua attività di medico pratico, di traduttore e di sperimentatore, Hahnemann scrisse molti articoli e libri, in cui pose le basi dell’edificio omeopatico [v. rassegna di Aulas and Chefdeville, 1984]. Il primo testo completo di omeopatia uscì con il titolo di Organon della Scienza Medica Razionale nel 1810. Nove anni dopo, nel 1819, venne pubblicata una seconda edizione dell’opera, dal titolo di Organon dell’Arte di Guarire, che fu poi seguita da altre edizioni, fino alla sesta, che fu pubblicata postuma nel 1921.
    In essa, ovviamente, è presente il pensiero compiuto di Hahnemann, nonché tutto il bagaglio dell’esperienza dell’autore e dei suoi allievi che applicarono e diffusero l’omeopatia nei primi decenni dell’800. Data l’importanza storica, ma anche l’interesse culturale di questo testo, vale la pena dedicarvi un po’ di spazio ed estrarne alcune citazioni significative.

    L’Organon è scritto come serie di 291 paragrafi ed inizia con queste affermazioni: “Scopo principale ed unico del medico è di rendere sani i malati ossia, come si dice, di guarirli”, poi in una nota si legge: “e non il congetturare ed erigere a sistemi (come hanno fatto molti medici, per desiderio di fama, sciupando forze e tempo) vuote idee ed ipotesi sull’intima essenza dei processi vitali, tutto per sbalordire gli ignoranti, mentre il mondo dei malati gemente chiede invano aiuto.” Queste frasi manifestano realmente l’obiettivo principale di Hahnemann, che fu sempre attivamente impegnato nella pratica medica, ed anche il suo carattere battagliero e poco diplomatico, carattere che contribuì non poco ad attirargli ben presto l’ostracismo di buona parte della classe medica del tempo.
    La affermazione della prevalenza dell’interesse pratico sulla costruzione di teorie ed ipotesi “sull’intima essenza dei processi vitali” si può spiegare sulla base della arretratezza scientifica del tempo (inizi dell’ottocento), in cui veramente poco si conosceva di tali processi. D’altra parte, una simile affermazione potrebbe apparire del tutto anti-scientifica: non è accettabile, per uno scienziato, la rinuncia a capire i meccanismi di base dei processi vitali. In realtà, la più probabile interpretazione di questo primo paragrafo è che Hahnemann non rifiutasse lo studio delle leggi naturali che regolano il funzionamento dei processi vitali, perché tutto il resto dell’opera dimostra un notevole sforzo razionale e investigativo, l’unico approccio che consenta di fare una terapia efficace e consapevole.
    L’autore, evidentemente, voleva sottolineare che “l’intima essenza” dei processi vitali non è conoscibile, ed in questo senso la sua affermazione pare quanto mai moderna, alla luce delle scoperte sulla complessità biologica e sui sistemi caotici, di cui si riferirà ampiamente in seguito (capitoli 5 e 6). E’ probabile che l’autore intendesse anche criticare quanti nella medicina si limitavano a costruire ipotesi e teorie che, mentre si mostravano complicate e stupefacenti, erano di una assoluta inutilità pratica nel risolvere i problemi dei malati.
    Nel terzo paragrafo si legge: “Se il medico capisce la malattia, ossia sa che cosa si deve guarire nei singoli casi di malattia (= riconoscimento della malattia); se il medico sa chiaramente quello che nelle medicine, anzi in ogni singolo medicamento v’è che guarisce (= conoscenza del potere dei medicamenti); se sa adattare, con motivi fondati, il potere medicamentoso dei rimedi con quanto di sicuramente patologico ha riconosciuto nel malato, in modo da portare la guarigione sia per l’esattezza dell’indicazione del medicamento (= scelta del medicamento più opportuno e corrispondente al caso per il suo modo di azione), sia per l’esattezza della preparazione e della quantità (= dose giusta) e della sua ripetizione; se finalmente conosce gli ostacoli alla guarigione in ogni caso e sa rimuoverli, affinché la guarigione sia definitiva, allora egli opera utilmente e radicalmente ed è un vero terapeuta”.
    Nel quarto paragrafo: “Egli è pure un igienista, se conosce le cause che disturbano la salute e determinano e mantengono le malattie e sa da esse preservare l’uomo sano”. Queste citazioni non possono non essere oggi sottoscritte da qualsiasi medico ma, inserite nel quadro della medicina pre-scientifica ancora vigente a quel tempo, rappresentano una indubbia novità di approccio. Le premesse del ragionamento clinico di Hahnemann – e quindi dell’omeopatia – sono dichiaratamente razionali e logiche.
    Il ragionamento dell'”Organon” procede nei paragrafi successivi con la affermazione che nello stato di salute dell’uomo è fondamentale la “forza vitale” e che la perturbazione di questo “principio dinamico interno” è responsabile della comparsa delle malattie, come viceversa “la restitutio ad integrum del principio vitale presuppone necessariamente il ritorno alla salute di tutto l’organismo”. L’autore non ignorava certo l’esistenza degli agenti patogeni e conosceva bene i lavori dei suoi contemporanei tra cui Sydenham, Jenner ed altri (par. 38), ma poneva fortemente l’accento sui fattori legati al terreno, all’ospite, al soggetto.
    I paragrafi 29-31 definiscono chiaramente ciò che Hahnemann intende per malattia, e cioè “ogni malattia (non di spettanza della chirurgia) consiste in una perturbazione patologica dinamica della nostra forza vitale” (par. 29), mentre gli agenti patogeni costituiscono solo una causa scatenante: “Le potenze nemiche sia psichiche che fisiche, che si chiamano agenti patogeni, non possiedono necessariamente la proprietà di rendere malato l’uomo. Noi per causa di loro ammaliamo soltanto quando il nostro organismo ne ha la disposizione e trovasi disarmato in modo che l’agente patogeno può intaccarlo, alterare e perturbare lo stato di salute e determinare sentimenti e funzioni anormali. Quindi gli agenti morbosi non fanno ammalare chiunque ad ogni tempo” (par. 31).
    Anche di fronte a questo passaggio chiave della teoria omeopatica originale si rimane stupiti di come concetti che solo recentemente sono stati assunti dalle moderne scienze della patologia e dell’immunologia fossero stati così chiaramente intuiti ed espressi oltre 150 anni fa. Il concetto di “forza vitale” (par. 9-17) ha suscitato molte discussioni. L’autore indubbiamente attribuiva alla forza vitale un’essenza “immateriale” (par. 10) ed egli, molto religioso, la chiamava anche “principio spirituale dinamico” (par. 16).
    Tuttavia, non si devono confondere le sue affermazioni con un ricorso arbitrario alla metafisica. Parlare di forza vitale come qualcosa di misterioso era, per quei tempi, nient’altro che prendere atto delle capacità di difesa e di guarigione dell’organismo, senza poterne dare una spiegazione in termini di fisiologia o di immunologia. Lo stesso autore, in una nota al par. 31, dice: “Denominando come malattia una depressione o una perturbazione dello stato dell’uomo non intendo affatto di dare una spiegazione metafisica della natura intima delle malattie…”.
    La critica al vitalismo hahnemanniano risulta quindi anacronistica e mal impostata: la forza vitale non è altro che una metafora per indicare una capacità dinamica di autoregolazione indubbiamente esistente, di cui sono dotati gli esseri viventi ai fini di una migliore possibilità di sopravvivenza. Che tale capacità sia semplicemente il frutto dell’evoluzione o sia, come dice Hahnemann (par. 17), un “dono del Creatore” è un problema analogo a quello riguardante le origini dell’universo e che, per le sue implicazioni filosofiche, supera i limiti dell’indagine scientifica.
    Comunque, pur mantenendo ben distinte le questioni metafisiche da quelle scientifiche, resta fuori di dubbio che l’omeopatia rappresenti, sin dalle sue origini, un tipo di medicina molto aperto alle dimensioni superiori dell’uomo, che sempre trascendono ogni conquista del sapere e della scienza.
    Lo stesso Hahnemann, infatti, afferma: “Nello stato di salute dell’uomo la forza vitale, vivificatrice e misteriosa, domina in modo assoluto e dinamico il corpo materiale e tiene tutte le sue parti in meravigliosa vita armonica di sensi ed attività, in modo che il nostro intelletto ragionevole si possa servire liberamente di questo strumento sano e vitale per gli scopi superiori della nostra esistenza” (par. 9 dell’Organon). Nei paragrafi successivi (32-70) sono esposte le esperienze e le riflessioni che hanno condotto l’autore a formulare la legge di similitudine, definita “la grande e unica legge terapeutica della natura: guarire le malattie con rimedi determinanti sintomi simili a loro malattie” (par. 50).
    Tali esperienze si basano sulle attente osservazioni del decorso di malattie naturali e delle interazioni tra malattie simili o diverse, sull’effetto delle vaccinazioni antivaiolose, sulle sperimentazioni di rimedi testati su sani e su malati, sulla constatazione delle deficienze dell’approccio allopatico (par. 54-61, una vera e propria requisitoria contro la terapia basata sulla legge di Galeno “contraria contrariis” e contro altre pratiche molto diffuse a quel tempo quali purghe e salassi, somministrazione di bevande alcooliche e di oppio).
    La spiegazione dell’efficacia della cura mediante i “simili” è data nei paragrafi 63-68 e si fonda essenzialmente sul concetto della attivazione della risposta reattiva della forza vitale: “Qualunque medicamento, come qualunque forza agente sulla vitalità, altera più o meno l’equilibrio della forza vitale e produce un certo cambiamento dello stato di salute del corpo, di maggiore o di minore durata. Questa azione si chiama “effetto primario” od “azione primaria”. Sebbene sia il prodotto del medicamento e della forza vitale, essa è dovuta, probabilmente, in prevalenza alla potenza del medicamento.
    La nostra forza vitale con la sua energia cerca di opporsi a tale azione. L’ azione che ne deriva ha carattere conservativo per la vita, è una attività automatica della forza vitale ed è chiamata “azione secondaria” o “reazione” (par. 63). Vengono fatti molti esempi, tra cui: “l’azione primaria del caffè forte è eccesso di svegliatezza, a cui segue poi, per lungo tempo, lentezza e sonnolenza (effetto contrario, azione secondaria), a meno che tale sonnolenza non venga rimossa temporaneamente sempre di nuovo con l’uso di caffè (palliativo di breve durata).
    Il sonno pesante, profondo prodotto dall’oppio (azione primaria) sarà seguito nella notte seguente da maggior insonnia (effetto contrario, azione secondaria). A costipazione prodotta dall’oppio (azione primaria) segue diarrea (azione posteriore) e dopo l’uso di purganti (azione primaria) medicamentosi, che stimolano l’intestino, si osserva per alcuni giorni costipazione e stitichezza (azione secondaria).
    E così sempre all’azione primaria di una potenza, in grande dose, alterante fortemente lo stato dell’organismo sano viene costantemente opposto dalla nostra forza vitale proprio il contrario (sempre che sia possibile), quale azione secondaria.” (par. 65).
    In conseguenza di questo principio risulta possibile conoscere, mediante la sperimentazione sull’uomo sano, effetti primari e secondari di un’ampia serie di rimedi, ed è quello che appunto fece Hahnemann. “Non vi è nessun altro modo per esperimentare con certezza le azioni proprie dei medicamenti sullo stato di salute dell’uomo, non vi è nessun altro mezzo e più naturale, per raggiungere tale scopo, di quello di dare a uomini sani, a scopo di esperimento, in dose modica, i singoli medicamenti per osservare le alterazioni, i sintomi, i segni della azione portata da loro, sovrattutto nello stato fisico e psichico, ossia per conoscere gli elementi di malattia, che essi medicamenti sono in grado e possono determinare, perché, come già detto, ogni azione curativa dei medicamenti è posta unicamente nella loro capacità di modificare lo stato di salute dell’uomo e tale azione risalta dall’osservazione di queste modificazioni.
    Nessun medico, a mia saputa, pensò, negli ultimi secoli, a questo esame, così naturale, così inevitabilmente necessario e singolarmente genuino, dei medicamenti nelle loro azioni pure e proprie sullo stato di salute dell’uomo e quindi a conoscere quali stati morbosi ogni medicina può guarire, tranne il grande e immortale Albrecht von Haller. (…).
    Per primo battei questa via, con tenacia senza pari, che mi proveniva soltanto dalla assoluta convinzione della grande verità a beneficio dell’umanità, che unicamente con l’uso delle medicine omiopatiche è possibile la guarigione sicura delle malattie umane” (par. 108,109).
    La natura di accanito sperimentatore, e nel contempo la statura morale dell’autore dell’Organon si evincono anche da quest’altro passo: “Come certamente ogni specie di pianta è diversa da ogni altra per aspetto esterno, per modo di vita e di accrescimento, per sapore ed odore, come sicuramente ogni minerale, ogni sale è diverso dagli altri per le sue qualità esterne, interne, fisiche e chimiche (che, già da sole, avrebbero dovuto evitare ogni confusione), così certamente tutte queste sostanze, vegetali e minerali, hanno effetti patogenetici – e quindi anche curativi – diversi e tra loro differenti.
    Ognuna di queste sostanze agisce in modo proprio, diverso, ma ben determinato, che elimina qualunque confusione, e determina alterazioni dello stato di salute e della cenestesi dell’uomo. Stando proprio così questa chiara verità, d’ora in poi nessun medico, che non voglia passare per ignorante e che non voglia offendere la sua buona coscienza (unica manifestazione di vera dignità umana), potrà usare nella cura delle malattie alcun medicamento all’infuori di quello che egli conosce esattamente e completamente nel suo vero valore, per averne sperimentato a sufficienza l’effetto (…).
    I medici di tutti i secoli passati – i posteri a pena il crederanno – si accontentavano di prescrivere ciecamente, nelle malattie, medicine sconosciute nel loro significato, mai esaminate nei riguardi dei loro effetti importantissimi, diversi al massimo, puri e dinamici, sullo stato di salute dell’uomo e per di più parecchie di queste medicine sconosciute e così differenti assieme in una ricetta, e poi si affidavano al caso per quanto poteva succedere al malato.
    Come un pazzo potrebbe penetrare nello studio di un artista ed afferrare a piene mani attrezzi assai diversi ed a lui ignoti, per ritoccare nella sua pazzia opere d’arte lì presenti. Non è il caso di dire che egli, nel suo lavoro pazzesco, non farebbe che rovinare quelle opere e rovinarle irrimediabilmente” (par. 119). Nel prosieguo dell’Organon vengono esposte dettagliatamente tutte le metodiche sia per l’esecuzione delle sperimentazioni su gruppi di volontari sani (provings), sia per l’impiego del metodo omeopatico nella pratica clinica.
    L’aspetto pratico-applicativo non rientra nello scopo di questo lavoro, per cui si rimanda all’opera originale, che, d’altronde, sarebbe comunque difficilmente riassumibile. L’ultima parte del trattato descrive la preparazione del rimedio omeopatico (triturazione, estrazione dei principi attivi, vari metodi di diluizione e dinamizzazione), aspetti che sono di ovvia rilevanza per la problematica riguardante il loro possibile meccanismo d’azione: “L’omiopatia sviluppa, per il raggiungimento dei propri fini, le energie terapeutiche, interne e quasi spirituali delle sostanze grezze, mediante un trattamento speciale, finora non usato; e le sviluppa ad un grado altissimo, di modo che esse diventano assai attive, giovevoli e di azione assai profonda.
    Diventano tali perfino quelle che allo stato greggio non manifestano sul corpo umano alcuna azione. Questa meravigliosa trasformazione delle qualità di sostanze naturali, mediante un’azione meccanica, che agisce sulle loro particelle più piccole a mezzo della triturazione e succussione (mentre esse con l’interposizione di una sostanza indifferente rimangono separate tra loro), sviluppa energie prima non palesi, latenti, dinamiche, che agiscono sovrattutto sul principio vitale e sullo stato di salute della vita animale. Questo procedimento si denomina dinamizzare, potentizzare ed i suoi prodotti dinamizzazioni o potenze nei vari gradi.
    L’esaltazione e il maggior sviluppo della potenza determina trasformazioni nello stato dell’uomo e degli animali, quando nella somministrazione le sostanze naturali potentizzate sono portate assai vicine alla fibra vivente, sensibile o la toccano” (par. 269). Viene preso in esame anche il problema delle vie e delle modalità di somministrazione. Nel par. 272 l’autore attribuisce l’effetto della medicina al contatto con i nervi della lingua e del cavo orale, più avanti (par. 284) aggiunge che oltre la lingua, la bocca e lo stomaco, anche le vie respiratorie (inalazione) e la cute (frizioni) sono potenziali vie di somministrazione dei medicamenti.
    Per quanto riguarda le dosi, Hahnemann raccomanda di usare le dosi minime possibili, ma non stabilisce criteri rigidi, affermando, fra l’altro, che “unicamente l’esperimento, la diligente osservazione dell’eccitabilità di ciascun malato e l’esperienza possono servire di guida, volta per volta, nello stabilire la dose” (par. 278).
    Più importante della dose è la corretta scelta del rimedio, che deve essere il più possibile corrispondente al quadro sintomatologico del paziente ed alla sua particolare sensibilità al farmaco: “e perché una medicina ben potentizzata ed a dose piccola diventa più efficace e giovevole, quasi fino al miracolo, quanto maggiore è la sua omiopaticità, una medicina, la cui scelta sia omiopatica, deve essere tanto più efficace, quanto più la sua dose si avvicina alla tenuità necessaria più adatta per il suo effetto benefico in forma mite” (par. 277).
    L’analisi dei contenuti fondamentali dell’Organon riveste un suo interesse non solo dal punto di vista storico, in quanto costituisce la pietra angolare dell’edificio omeopatico, ma perché a tutt’oggi rimane il principale testo di riferimento per chi voglia apprendere l’omeopatia. In realtà, nonostante ben presto (ancora con Hahnemann vivente, come è anche accennato nelle sue opere) siano sorte diverse scuole di pensiero e diversi indirizzi metodologici in omeopatia, l’autorità del fondatore è rimasta sempre ad altissimo livello.
    Pare addirittura singolare il fatto che i principi e le metodologie fondamentali scoperti da Hahnemann non siano stati praticamente mai messi in discussione, le dispute rimanendo limitate all’interpretazione dei suoi insegnamenti. Nel contempo, è indicativo il fatto che nei 150 anni seguenti i seguaci dell’omeopatia non abbiano attuato alcuna sostanziale rielaborazione in termini più moderni delle intuizioni e delle scoperte originali. Le ragioni di ciò sono probabilmente legate al fatto che l’omeopatia si è presentata dall’inizio come un metodo efficace di cura, basato su principi molto misteriosi e quasi insondabili, quindi sostanzialmente indiscutibili.
    Una metodica che afferma di funzionare, ma senza sostanziali spiegazioni scientifiche, può solo essere accettata o rifiutata a seconda delle esperienze personali. Pure è innegabile che il fatto che questa impostazione terapeutica si sia sviluppata a prescindere da qualsiasi spiegazione fisiopatologica (Hahnemann addirittura affermava che non vale la pena cercare le “cause nascoste” delle malattie), costituisce il fondamentale ostacolo alla sua accettazione.
    D’altra parte, darsi ragione del funzionamento della legge di similitudine e delle microdosi è impresa ardua persino con le conoscenze e le strumentazioni di oggi, ed è quindi in un certo senso giustificabile la “rinuncia” ad una seria ricerca scientifica attuata dal mondo omeopatico. Come si vedrà, solo recentemente questo stato di cose comincia ad essere superato.