Se i conti negli studi clinici non tornano, li facciamo tornare

Dott.ssa Renata Calieri – www.omeo-pathos.com

 

Ormai si sa: l’industria del farmaco ha come interesse prioritario il Marketing commerciale, al punto che i congressi scientifici sono marketing, l’informazione medico scientifica presso la classe medica è marketing, e persino la ricerca è marketing. Per fare un esempio, l’industria farmaceutica negli Stati Uniti ha speso per il marketing farmaceutico, senza contare i campioni omaggio dei farmaci, ben 11 miliardi di dollari e, di questi, oltre 7 sono andati in pubblicità diretta al medico. [1]

A questo proposito sono state fatte molteplici denunce, rivelazioni di “pentiti” ex pezzi grossi della stessa farma-industria, e persino pubblicazioni scientifiche.

Le strade che si percorrono sono anch’esse variopinte. Alcuni studi, ad esempio, hanno rilevato una corsa alquanto sospetta a spostare gli studi di fase 3, relativamente alla sperimentazione di nuovi farmaci al momento di testarli sull’uomo, in paesi più poveri e meno sviluppati, come l’Est-Europa e l’Asia. Qui l’arruolamento dei volontari disperati che si sottopongano alla sperimentazione costa sicuramente meno che negli stati più sviluppati (e più acculturati e informati). Gli studi in fase 3 sono quelli che richiedono un maggior numero di partecipanti, e sembrerebbe che in paesi come l’India il costo per partecipante, in un trial clinico, sia un decimo di quello negli USA. [2]

Ma il problema, vista la differente etnia del paese in cui verrà messo in commercio il nuovo farmaco, sta nella reale corrispondenza ai veri bisogni, da una parte della popolazione che lo testa, e dall’altra della popolazione a cui sarebbe destinato. In pratica i farmaci vengono sperimentati in un paese in cui non saranno venduti.

Questo, da un punto di vista etico, puzza di speculazione e di sfruttamento, dal momento che presuppone studi sulla rinite allergica, la fibromialgia o l’ipertrofia prostatica in paesi dove invece imperversano la malaria e la tubercolosi. Ma oltre a ciò, i risultati stessi del trial potrebbero risultare falsati dalle caratteristiche genetiche, sociali, ed etniche di una popolazione, che non è affatto rappresentativa di un’altra. [2]

Un’ulteriore faccenda (ma questa non la definirei marketing…) è quella della pubblicazione dei dati scientifici sulle brochures finali destinate al medico, e della loro reale corrispondenza con i rilevamenti dello studio effettuato. Una ricerca a questo proposito (una review dello studio) ha rivelato che un quarto degli studi di riferimento non aveva le caratteristiche per rientrare in una review e che tre mezzi d’informazione su 20 contenevano dati differenti rispetto a quelli riportati nei trial originali. In linea generale, non si può dire dunque che gli opuscoli delle industrie siano sempre attendibili. [1]

Questo è davvero un peccato, dal momento che attraverso le schede informative dei farmaci, la aziende influenzano notevolmente il medico, orientandone le prescrizioni a proprio piacimento. Un esempio ci è dato dal fatto che mentre diuretici e beta-bloccanti sono considerati la prima linea terapeutica per l’ipertensione (medicinali relativamente poco costosi e disponibili in forma generica[1]), viene caldeggiato l’uso dei calcio-antagonisti, con costi che hanno visto aumentare la spesa farmaceutica: dal 4,6% del 1986 la crescita è passata al 26,9% nel 1996 e contemporaneamente la pubblicità per le altre due categorie di farmaci è progressivamente scemata. [1] Questo perché i medici sono tendenzialmente portati a pensare che le nuove molecole sono migliori delle vecchie, anche se queste ultime risultino più appropriate. E secondo alcune ricerche, i medici che hanno maggiori rapporti con le aziende farmaceutiche (attraverso gli Informatori Medici), prescrivono più dispendiosamente, a volte più inappropriatamente, e spesso più pericolosamente. [3]

 

C’è un altro canale di investimento del settore Marketing, sul quale si convogliano ingenti cifre: quello dei “regali ai medici”. In ordine decrescente, le opzioni più gettonate sono: il pagamento per assistere a conferenze (74% del campione generale e 68% degli operatori delle aziende farmaceutiche), viaggiare per congressi e meeting a spese delle aziende (71% e 63%); fornire consulenze retribuite (69% e 63%), servizi di stesura testi (68% e 53%), pasti al ristorante (66% e 53%). Il penultimo punto ci fa tornare al problema originario. È ormai regola comune che il responsabile di un trial o di una ricerca non scriva poi direttamente lo studio: sono gli statistici che elaborano i dati[2] e, poi, è uno dei ricercatori associati che provvede a dare una forma pubblicabile al materiale. Ma capita spesso, invece, che la stesura dello studio venga retribuita alla persona, direttamente dall’azienda coinvolta nel trial, quando addirittura non sia l’azienda stessa a far scrivere da un referente scientifico interno l’articolo destinato alla pubblicazione. Sempre dalla review di cui sopra, risultava che l’80% degli studi era sponsorizzato dall’industria farmaceutica. [1]

A conferma di questa discutibile pratica per la pubblicazione di articoli scientifici (sulla quale evidentemente vale la pena di investire capitali), è la rassegna sistematica che mostra che i finanziamenti da parte dell’industria farmaceutica, di trials clinici è fortemente collegata a risultati pro-industria: 20 studi pubblicati tra il 2003 e il 2006 rilevavano un sospetto collegamento tra il “supporto” dell’azienda e la pubblicazione di risultati a favore degli interessi della compagnia sponsor; solo 2 studi non trovavano questa correlazione. Questo succede anche nei contesti di congressi e di eventi formativi in regime di Educazione Continua in Medicina, o nei più prestigiosi giornali del settore. Attraverso una nuova strategia di Marketing chiamata “publication planning”[3], le compagnie farmaceutiche hanno cominciato a sfornare pubblicazioni in quantità da quando, a partire dagli anni ’70, gli studi clinici controllati sono stati riconosciuti come il più affidabile mezzo di informazione medica. Gli stessi medici esperti dei comitati consultivi della FDA[4] tendono a sostenere gli interessi delle ditte che supportano il loro lavoro. [3, 4, 5]

Peccato però che alla fine le pubblicazioni sponsorizzate da aziende farmaceutiche portino risultati ben diversi (in termini di effetti positivi, o collaterali e controindicazioni) dalle stesse ricerche condotte e pubblicate in forma indipendente.

 

Per finire, secondo una metanalisi della Cochrane Library, non tutte le sperimentazioni di farmaci approdano sulle riviste: i risultati negativi hanno notevoli probabilità di non vedere mai la luce; o se anche arrivano sulle riviste scientifiche, lo fanno solo uno o quattro anni dopo le sperimentazioni che hanno dato risultati positivi. E questo, secondo l’equipe dell’analisi, falsa tutte le prospettive della ricerca, perché “finché non saranno pubblicati i risultati positivi come pure quelli negativi degli studi clinici, sarà impossibile una valutazione chiara e certa della sicurezza e dell’efficacia di un farmaco.”. [6]

 

Se sono queste dunque le linee operative su cui si muove la ricerca scientifica in campo medico, se sono questi gli obiettivi primari dell’industria farmaceutica per promuovere la salute della gente, allora ci si può fare un’idea precisa su come l’etica sia drasticamente in via di estinzione. La “colpa” è di un sistema che si è instaurato tra le esigenze commerciali delle aziende, le loro proposte “indecenti” a medici senza scrupoli (o inconsapevoli[5]) e a poveri sperimentatori spinti da necessità impellenti, e infine l’accondiscendenza di medici, appunto, e di ricercatori ben disposti a farsi comprare.

È forse anche per questo che la popolazione è oggi sempre più informata, e sempre meno si lascia “convincere” ciecamente a terapie o trattamenti senza prima aver sentito più pareri e aver letto più dati possibile. È forse anche per questo che sempre più gente cerca strade alternative, più umane, più etiche, e più vicine a quel rispetto della vita altrui che un paziente ha diritto di aspettarsi.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

  1. Cardarelli R et al. A cross-sectional evidence-based review of pharmaceutical promotional marketing brochures and their underlying studies: Is what they tell us important and true? BMC Family Practice 2006, 7:13.
  2. Seth Glickman, Kevin Schulman, del Duke Clinical Research Institute, studio condotto dal 1995 al 2005 e pubblicato sul New England Journal of Medicine.
  3. A Question of Ethics- An Expert Interview With Amy Brodkey, MD, on Transparency, Physicians, Transparency, and the Drug Industry – Medscape Psychiatry & Mental Health – www.medscape.com – 24/12/09
  4. Conflicts of Interest Affect Best Practices in Both Industry-Funded and Non-Industry-Funded Trials, da Medscape Conference Coverage, based on selected sessions at the: Sixth International Congress on Peer Review and Biomedical Publication – www.medscape.com – 19/09/09
  5. Sergio Sismondo – How pharmaceutical industry funding affects trial outcomes: Causal structures and responses – Social Science & Medicine 66 (2008) 1909e1914
  6. Il Sole 24 Ore – 20 January 2009 | Web: “Farmaci: Cochrane, risultati non pubblicati se test negativi”.

[1] I cosiddetti “farmaci equivalenti” che, una volta decaduto il brevetto, possono essere prodotti da qualsiasi ditta farmaceutica, facendo concorrenza al farmaco “originale”.

[2] Si parla di “triplo cieco” infatti, quando oltre a sperimentatore e operatore, non è a conoscenza della sostanza testata neppure lo statistico che elabora tutta la raccolta dei dati.

[3] Pianificazione delle pubblicazioni.

[4] Food & Drug Administration, l’organo ufficiale americano che decide l’immissione in commercio di un nuovo farmaco, dopo tutte le valutazioni del caso e il completamento delle fasi di sperimentazione, oppure la regolamentazione generale dei medicinali sul mercato (revoche e rettifiche).

[5] Molti medici si ritengono immuni dall’influenza delle aziende che li contattano.